Pittura Pellicolare

 

Data più o meno dagli anni ottanta uno strano e drammatico fenomeno, il declino dei supereroi dei fumetti.
E' stato raccontato come Spiderman fosse solo un personaggio dei comics ( dai suoi albi uno scienziato del futuro trarrà ispirazione per diventare a sua volta Spiderman, con un esperimento che ricorda quello di " the Fly " ).
Superman è morto, poi è risorto e torna ogni tanto a morire per titillare la curiosità dei lettori.
Batman si è rivelato un povero nevrotico ossessivo, e nelle sue storie più recenti si presenta di volta in volta costretto su una sedia a rotelle, drogato...
Altri personaggi, dal passato meno ingombranti, sono morti una volta per sempre.
Luca Matti anni fa disegnava fumetti e pubblicità.
Piace allora pensare il suo passaggio alla pittura, " la vocazione ", come una reazione al dramma di tale declino ( ha conservato infatti nella pittura quel segno tormentato e crudele che connotava come un marchio generazionale il fumetto di ricerca degli anni ottanta ).
Il declino del supereroe doveva necessariamente compiersi in un linguaggio ormai abituato a sentirsi " declinante ", quello della pittura; da almeno due secoli protagonista sul dibattito della " morte dell'arte " e tentata in forme diverse dal propio " azzeramento ".
Quindici anni fa succedeva che i pittori cominciassero a fare fumetti.
Matti è trascorso dalla vitalità incosciente del fumetto alla consapevolezza della pittura così come gli scrittori " barbari " americani degli anni venti venivano in Europa, a cercare nel continente della decadenza gli strumenti per affrontare il passaggio epocale che gli USA stavano allora affrontando, dal mito della frontiera al disagio della civiltà.
La contemporaneità è stata infatti caratterizzata da un processo estetico affascinante.


Le innovazioni della " macchina " dopo la rivoluzione industriale hanno prodotto nel corso del tempo una serie di pratiche espressive strutturalmente legate ai modelli della produzione meccanica e oggi elettronica che possono essere considerate come le forme di " arti minori " peculiari del nostro tempo.
Attraverso litografia,panorama, cinema, radio, tv, pubblicità, fumetti...un complesso di sistemi espressivi è andato progressivamente a comporre il palinsesto visivo della dimensione urbana.
Forme estetiche che possono essere indicate come " minori "  ( in una nuova articolazione della dialettica del sistema delle arti formulate in questi termini nel settecento) per diversi motivi:
poiché la loro produzione implica un quoziente di nuova " artigianalità ", di perizia tecnica, carattere che nelle arti " maggiori "ha perso molto peso; per il fatto che il dato comunicativo di tali pratiche sembra spesso sopravanzare quello espressivo;in ultimo, perchè sembra adattarsi plasticamente al loro statuto la loro problematica della minorità che Gilles Deleuze 
ha più volte affrontato, e i processi di  "deterritorializzazione"  rispetto alla lingua e alla soggettività individuale che in essa sono stati innescati.
La storia di queste nuove pratiche espressive è caratterizzata da un atteggiamento peculiare nei confronti delle arti " maggiori ",  che può essere sintetizzato prendendo a paradigma il rapporto tra pittura e cinema che paradossalmente nasce ancor prima del cinema propriamente detto.
Se il cinema cercava, nei primi tempi della sua autocoscienza espressiva, di opacizzare i propri connotati tecnici attraverso una mimesi degli stilemi elaborati nella storia della pittura
(preferendo quelli già storicizzati o accademici, rispetto alle coeve avanguardie ), al momento della sua maturità i processi si sono rovesciati, ed è stata la pittura a saccheggiare in forme diverse il cinema, quasi in cerca di sangue nuovo che producesse una vitalità inedita.
La complessità di tali processi estetici sembra costituire il terreno di crescita per una pittura come quella di Luca Matti, dove vengono assorbite le cadenze "grammaticali" di tutti i linguaggi minori della sfera urbana - fumetto, videogames, televisione...
Motivo ossessivo nelle serie iconografiche composte dipinto dopo dipinto sono le cose.

Elettrodomestici, automobili, ma anche interni urbani o inquadrature metropolitane, e persino presenze umane o animali, tutto viene reificato attraverso una prassi pittorica che aderisce in modo pellicolare al proprio oggetto.
E' un eredità concettuale del sistema di comunicazione pubblicitario, nel quale - come scrive Giampaolo Fabris - " all'interno della funzione comunicativa degli oggetti, dell'attribuzione di distinzione a chi li possiede ed usa, le merci si dispongono secondo un'organizzazione sistemica costruendo una sorta di linguaggio che dispone di una propria grammatica ed una propria sintassi ", elaborando una forma di " lingua degli oggetti".
Gli oggetti di Luca Matti non sono però veicolo di appeal, non partecipano in alcun modo al processo di estetizzazione della merce di cui parlava Benjamin.
Sono piuttosto " nudi " , privi di quelle marche segniche che potrebbero connotarli come elementi di un linguaggio metaforico, elaborazione di una narrazione mitologica - sia pure secolarizzata e mondanizzata come quella pubblicitaria o televisiva ( quella immagine televisiva che potrebbe  fare di ciascuno un divo per quindici minuti ).
Luca Matti parla la lingua composita delle metropoli, anzi si immerge nel flusso di quella lingua come un parlante incosciente e istintivo completamente immerso nel proprio dialetto, l'unico che potrebbe permettergli di aderire plasticamente alla propria esperienza quotidiana (  l'iconografia ha infatti l'incisività icastica dello slogan ).
Ma la sua coscienza di fumettista e di pittore non può nascondersi che i supereroi sono in declino, che i processi di seduzione dell'immagine sono giunti a un punto critico, e parlare la loro lingua in maniera innocente non è più possibile, se non in maniera strumentalmente ipocrita.
Se alla fine dell'ottocento la carne di un poeta era la carne stanca di chi ha letto tutti i libri, la carne stanca di un pittore alla fine del novecento è quella di chi ha visto tutte le immagini elettroniche.
Matti sceglie allora di articolare in pura sintassi pittorica la propria stanchezza di fronte al vocabolario e alla grammatica della " lingua degli oggetti ", nel solco di un esercizio tutto novecentesco della pittura come pratica della differenza tra le cose e le immagini:
il segno violento, l'austerità del colore ridotto alla moltiplicazione dei grigi e dei bruni bitumosi,  gli inquadramenti prospettici anomali.
" Forzare le forme del pensiero in cose implica il dissolvimento dell'uomo nelle cose,equivale a rendere le cose soggetti autonomi di cui non diventiamo poi predicato o aggettivo ", denunciava all'inizio del nostro secolo Carl Eistein.
Ma nella pittura di matti la lingua degli oggetti tradotta nella coscenza della pittura, della sua memoria tecnica e della sua legittimità interna nella costruzione di un immagine ( " l'arte diventa una forza attiva quando riesce a organizzare il vedere secondo leggi ", ancora Carl Eistein ).
demistifica qualsiasi possibilità di organizzazione retorica di questa lingua, riduce ad adesione pellicolare al proprio oggetto, ad una fenomenologia della pura esteriorità.
E' nella conflittualità di forze attive in questo processo che il plurilinguismo non babelico di Luca Matti si forma in stile, che la esteriorizzazione ossessiva della vita reale svela una peculiare forma di profondità.
La estetizzazione della merce, se i suoi meccanismi vengono tradotti attraverso la pittura, diventa la sua degradazione.
Un processo analogo a certiprodotti della recente cultura inglese, come il film Naked o la narrativa di Will Self.
Opere che ammiccano, nelle loro narrazioni orrorifiche e violente, al nuovo appeal esercitato oggi dall' horror e dallo splatter.
Ma le cadenze con cui questi eventi orribili vengono narrati ottengono in realtà l'effetto di vanificare il loro impatto.
Il risultato non è la paura ma il malessere, la coscienza disagevole che il vero orrore non risiede nelle esplosioni di violenza o nelle mutazioni dei corpi, ma nello sfondo grigio di vita sociale metropolitana dove si esercita la teoria quantistica dell'insania ( come recita il titolo di una raccolta di racconti di Self ), che costituisce l'ambientazione di queste storie, e in cui gli orrori trovano una loro forma aberrante di normalità.
" Non l'orrore che viene da lontano. Robetta, pure bazzecole. Ciò di cui parlo è il 'vero' orrore.
L'orrore che dà ombra ad ogni aspetto della vita comune..."

Francesco Galluzzi 
Testo per catalogo mostra personale "VISIONI METROPOLITANE"
Centro D'Arte SPAZIOTEMPO 
Firenze 1995

 


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