Matti, un artista in corsa verso il futuro

 

Qualche anno fa, in pieno furore creativo,costruì un centinaio di scarafaggi in gomma nera, ed invase letteralmente le scale che portavano al seminterrato della sua galleria fiorentina. "Più d'un collezionista", ricorda Simone Frittelli, il gallerista, "arrivando distratto di fronte alle scale, e trovandosi improvvisamente questo esercito di scarafaggi che parevano salire a grappoli i gradini, faceva un salto alto così e lanciava un urlo di terrore". 

A Luca Matti, 35 anni, aria allampanata e segaligna e vestiti rigorosamente neri, è sempre piaciuto sorprendere, divertire, stupire. In una mostra dell'anno scorso, dedicata al rapporto tra arte e cronaca, aveva invece costruito tre grossi impermeabili illuminati dall'interno da lampadine. Ma dentro agl' impermeabili si nascondeva una sorpresa: una trentina di grossi coltellacci da cucina, degni di Jack lo Squartatore! Oggi Matti ha abbandonato gli uni e gli altri per dedicarsi a strani uomini che sembrano venuti dallo spazio. Utilizza ancora la gomma delle camere d'aria d'automobile, ma non la lascia più nera, grezza, come un tempo: la colora con l'argento. "Sto facendo", dice, "un lavoro sulla velocità. Velocità intesa come ossessione del tempo, come rapidità di dati che vengono trasmessi in tempo reale, come possibilità di viaggiare nello spazio e persino nel tempo. Ma anche come stress di una vita che ci cambia dentro, e forse sta cominciando a cambiarci anche esteriormente. A furia di correre, non riusciamo più riconoscere noi stessi, i nostri pensieri, i nostri affetti". Già. Ma cosa centra questo con l'argento? "L'argento" dice Matti, "è il colore del futuro, quello delle navicelle spaziali e degli ufo. Insomma, il colore della velocità". E non è un caso, allora, che per lavorare sull'idea di velocità, ancora oggi Matti usi un materiale che di strada ne ha consumata davvero tanta: la camera d'aria. "In fondo"dice," è quella su cui l'uomo corre quando va in automobile, no?". 

Quando iniziò a usare la camera d'aria, nel 1989, lo affascinava l'idea di poter creare degli oggetti con un materiale tanto comune, e per di più riciclato: "Mi dava un senso di vissuto, di vita che si riproduce. Già prima, creavo strane sculture con i materiali più disparati, dal polistirolo alla gommapiuma al cartone, tutti materiali di recupero, che trovavo nella pattumiera. Mi piaceva frugare tra i rifiuti della società industriale, e inventarmi un mondo che prendesse vita da lì. Creavo soprattutto uomini e animali, perchè volevo tirar fuori la parte istintiva, animale, che l'uomo andava perdendo sempre di più". I risultati erano strani mutanti alla day after, personaggi che parevano essere gli unici sopravvissuti a qualche bomba chimica che avesse completamente distrutto le vecchie tecnologie e impostato un nuovo primitivismo. "A quel tempo vedevo molti film di fantascienza", ricorda. "Ero affascinato da situazioni alla Blade Runner, o alla Brazil. Leggevo anche molti fumetti: Moebius, Bilal, Druillet, tutti gli autori usciti sulle riviste come Metal Hurlant, Alter o Frigidaire, che avevano inventato un nuovo modo di concepire la fantascienza disegnata" Del resto, proprio il fumetto è stato per Matti il primo, grande amore giovanile. "Si, volevo fare il fumettista. Ma poi mi accorsi che mi stufavo di fare tante vignettine per raccontare una storia. Me ne bastava una che le comprendesse tutte. Così passai pian piano prima all'illustrazione, e poi alla pittura". 

Le sue prime tele,nate intorno al 1986, rappresentavano robot e cyborg colorati a tinte molto forti e contrastate. "Volevano essere", dice ora, "una metafora dell'uomo e della società contemporanea". Anche in seguito, quando incominciò a fare i quadri con gli omini in bianco e nero persi in un opprimente giungla d'asfalto e di cemento, vi si poteva leggere una critica alla società contemporanea, per il senso di solitudine e di alienazione che offriva la vita in città. "La città", spiega l'artista, "mi è sempre sembrata il luogo simbolo dell'alienazione e della spersonalizzazione dell'uomo contemporaneo. Del resto, quell'aria cupa, un pò asfissiante che si respirava nei miei quadri era un riflesso di ciò che io sentivo in quel periodo. Probabilmente avevo bisogno io stesso di liberarmi dalle mie angosce, dalle mie paure. Per farlo, però, ho sempre cercato di usare l'arma dell'ironia, per non rendere troppo pesante l'atmosfera che si veniva a creare nei lavori". I suoi quadri degli ultimi anni sono, infatti, sono sempre più sospesi tra questi due opposti: senso di alienazione e ironia; i personaggi sono infatti strani zombie un pò Kafkiani, persi nei labirinti della propria angoscia individuale, in città-formicaio che sembrano non curarsi mai di loro, ma disegnati sempre con tratti caricaturali, grotteschi, che li rendono straordinariamente umani e persino divertenti. 

Oggi, però, anche nei quadri è arrivato l'argento. Grandi cieli argentati sovrastano i grattacieli con la loro stravagante luminosità. "Anche questi cieli argentati" dice Matti, "hanno una duplice chiave di lettura: da una parte sono cieli meravigliosi, fantascientifici, promettenti chissà quali insolite galassie. Dall'altra, invece, sono a dir poco minacciosi. Che razza di mondo è, infatti, quello in cui anche il cielo sembra diventato sintetico, pesante, di metallo?". Già, forse tutto il lavoro di Matti ci porta sempre alla stessa domanda: che razza di mondo è mai questo in cui ci ritroviamo a vivere? 

Alessandro Riva ("Arte" #308 aprile 99)

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