La città che sale (suo malgrado)

 

Se è innegabile che il luogo di aggregazione umana costituito da una pluralità di strutture architettoniche stratificate attraverso i secoli - la città - sia da sempre al centro dell’interesse delle arti figurative, solo nell’era attuale si assiste a un’attenzione profonda e, per così dire, psicologizzata. L’inquietudine che indubbiamente deriva da ogni tipo di degenerazione, allorquando il sistema impazzisce, non ha lasciato indifferenti gli artisti, a partire da quell’archetipo cinematografico che Friz Lang ha espresso, e quasi vaticinato, con Metropolis (1926). E proprio al cinema, oltre allo slang del cartone animato e del fumetto, Luca Matti ha guardato per trarre un’ispirazione che si immagina sortita dalle atmosferiche visioni di Blade Runner (1982) o di Il cielo sopra Berlino (1987).

Le città che Matti visualizza attraverso la sua arte sono luoghi complessi non tanto per l’impatto visivo, che appare invero semplificato nelle modalità espressive e nelle scelte cromatiche, quanto per il retaggio culturale e il significato recondito che le determina. Anzi a questi contenuti resta fedele la poetica davvero acuta che caratterizza l’intera sua produzione, capace di disarmare, di colpire, di mettere a nudo l’essenza del nostro tempo e di rivelare manie e contraddizioni della vita umana contemporanea. La città è protagonista assoluta di una rappresentazione fagocitata da lei stessa, che incombe - gigantesca, in movimento, asimmetrica e vertiginosa - su un uomo destrutturato. Ha facoltà di autogenerarsi, come in vitro, di crescere all’infinito e di diventare una torre di Babele. È disordinatamente assiepata ed è strozzata da tracciati autostradali febbrilmente sovrapposti dai quali risulta impossibile l’uscita. Non è una città specifica ma è l’essenza di tutte le metropoli, resa attraverso un segno graffiante, nettamente disegnato, quasi automatico che ne coglie l’aspetto drammatico e incombente. L’affastellarsi di grattacieli, illuminati da un bianco e nero rigoroso - spettrale ma anche così poetico, certamente efficace per comunicare il silenzio -, è l’eredità delirante lasciata dall’uomo al futuro, descritta attraverso una percezione primordiale, come se un occhio esterno esplorasse dall’alto i resti di una generazione da Day after. Non è una città storicizzata, ma semmai antropizzata poiché è il frutto di una creazione umana impazzita che sembra dominare l’uomo fino al punto di crescergli in testa. Spesso Matti descrive nei suoi ambienti urbani un uomo-alieno-alieneato in giacca e cravatta alle prese con le follie di una vita spasmodica e convulsa in ufficio, in metropolitana o al supermarket. Ha i connotati stravolti da una rivisitazione anatomica come se fosse il superstite di un’evoluzione naturale darwiniana determinata dal progresso e dal dominio telematico. Conserva occhi espressivi, specchio di un’antica capacità di provare emozioni, e sulla sommità del capo esibisce schermi illuminati, forme geometriche, volumi turriti assai simili a grattacieli svettanti. Il tentativo di dominare la propria creatura sembra vincente solo in sogni di magrittiana memoria, dove l’uomo cerca di abbracciare i grattacieli o di volare verso l’alto spiccando un volo icariano che cela però il suicidio.

L’atmosfera che Matti instilla nelle sue prospettive incombenti delle metropoli, simile alle descrizioni claustrofobiche che si incontrano nei romanzi di Boris Vian (L’écume des jours, 1947; Elles se rendent pas compte, 1953), è costantemente in bilico tra sogno, allucinazione e poesia con accenti surrealisti. Anche quando la figura umana non è rappresentata, oltre i vetri scuri delle piccole finestre reiterate con insistenza, negli ambienti delimitati da mura schiaccianti, nelle strettissime vie che dividono i singoli edifici, si percepisce la presenza di esseri viventi alla ricerca turbata delle proprie capacità espressive, entità instabili nei loro movimenti e non più in possesso di un linguaggio codificato attraverso cui poter entrare in contatto con i propri simili. Uomini drammaticamente schiavi dello spazio moderno che hanno generato con meccanica frenesia e in cui si sentono alieni, per nulla protetti e dentro al quale vivono alla perenne ricerca di tempo, luce, aria, calore umano. Gli appartamenti non sono case in cui trovare rifugio e conforto, ma luoghi scabri, anonimi e sinistramente identici l’uno all’altro dove uomini e donne tentano invano di recuperare una perduta identità e compiono una ritualità robotizzata. Gli oggetti circostanti, emblemi di una fredda tecnologia, esaltano la solitudine e l’irrequietezza interiore. La macchina da scrivere, il contatore elettrico, un frigorifero lasciato aperto per un’improvvisa fuga, un televisore rimosso con rabbia, si configurano come simboli del disagio degli esseri che li hanno acquistati, un fastidio alleviato solo dal giradischi che diffonde calde sonorità jazz o dal lampadario che sconfigge parzialmente il buio circostante con luci capaci di affievolire il radicato gelo interiore, svelando l’esistenza di piccole tracce di una memoria emotiva ormai inesorabilmente lontana.

Luca Matti riesce dunque a far percepire con immediatezza e maestria la cesura che separa l’uomo e l’habitat dove egli è costretto a trascorrere i suoi giorni privi di sapore, un contrasto che trova fugaci momenti di serenità solo quando si immerge nel solenne silenzio di una foresta pietrificata, percependo i lontani, deboli battiti di un ancestrale legame con la natura ormai completamente perduto. Qui l’uomo può trovare un istante di quiete, assumendo nel riposo una posizione fetale memore del calore e della protezione dell’utero materno. Forse però è solo un sogno in cui lo svettare dei grattacieli si sostituisce a quello dei grossi alberi privi di chiome.

Gli edifici, il cielo, la luce stessa sono espressi sinteticamente, privi di colori naturali, sostituiti da un nero impenetrabile e dal bianco denso, che restituiscono un clima archeologizzato e che trasmettono il senso di tensione che vibra al di sotto della superficie pittorica della tela, del foglio disegnato o della camera d’aria con cui l’artista plasma gli incubi e le fobie dell’uomo metropolitano (mostri, insetti, animali mutanti).

In questa occasione Luca Matti offre un viaggio ideale nel profondo della propria tematica attraverso un allestimento che comprende una grande carta dedicata alla megalopoli, un formicolante sketch book costituito da schizzi e progetti e, oltre a una serie di tele, una installazione piramidale di grattacieli. Da un lato dunque un segno grafico, pittorico e plastico che ammalia grazie alla forte valenza estetica e in virtù della tattile atmosfera glaciale e sterilizzata che ne deriva, dall’altro un vortice di turbamenti interiori che cresce facendo salire la città, ma in modo contrario a quella di boccioniana memoria poiché sempre più assiepata, suo malgrado, in un disordine incombente su un uomo che ne diviene prigioniero.

Daniele Sanguineti, Gianluca Zanelli

testo su catalogo mostra "Città di Città"

Duplex art gallery, Ottobre 2006

Genova

 


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