sketch book

 

Nel lavoro di Luca Matti non ci sono confini precisi tra disegno, schizzo, bozzetto, quadro compiuto o appunto per un’animazione, perché i diversi piani si compenetrano, si confondono, entrano l’uno nell’altro creando un unico, immenso canovaccio visivo che è, appunto, “l’universo di Luca Matti”, un universo fatto di mille omini schizoidi e angosciati, di minuscole teste su cui germogliano grattacieli, palazzi, interi quartieri, di piccoli oggetti casalinghi sparsi qua e là ­ tostapane, frullatori, cucine economiche e seggiole tristi e solitarie che si guardano a vicenda come tanti elementi sparsi di un mondo fatto di solitudini destinate, in buona sostanza, a non incontrarsi mai.

Quella di Luca Matti è una sfida al progresso, è un voler ricostruire il mondo senza l’aiuto di nessuna tecnologia, né di nessun materiale sintetico: solo la materia opaca, ruvida e pesante della gomma nera dei copertoni usati, e quella grezza dello schizzo e del disegno. E' un voler sfidare la modernità e il senso comune del progresso, un voler ripartire dal grado zero dell’umanità, un tentare un bilancio di questi nostri anni - il nostro vivere in città caotiche e fumose e tecnologicamente deturpate, cupo neoesistenzialismo da millennio zero della civiltà riletto attraverso gli occhi di un novello Candide passato attraverso un frullatore cyberpunk, un Tiresia del Duemila in grado di vedere la città come noi cittadini non possiamo né vogliamo più vederla - una città grigia e cupa alla Paul Auster, una città vuota, fatta di solitudini incrociate, di cortocircuiti tecnologici e inquinanti, di uomini-fantasmi incapaci di comunicare e di animali ridotti al rango di gusci vuoti, grigi fantasmi di se stessi.

Il noir è una delle tante, possibili chiavi di lettura per comprendere il lavoro di Luca Matti: perché nelle atmosfere cariche di suspence, negli ambienti domestici apertamente claustrofobici, solitari e sottilmente inquietanti in cui si trovano costretti a vivere i suoi buffi e stralunati omini dai tratti spesso caricaturali, c’è uno dei tratti tipici di questo passaggio di secolo, ovvero la consapevolezza di dover inevitabilmente convivere con il proprio lato oscuro, con la propria inguaribile incapacità di relazionarsi con l’altro, con quell’anima nera che è alla base della costruzione del thriller contemporaneo.

Forse tutto il lavoro di Matti ci porta a sempre alla stessa, identica domanda: che razza di mondo è mai questo in cui viviamo?

I lavori di Luca Matti sono quasi sempre sospesi tra questi due opposti: senso di alienazione e ironia. I personaggi sono infatti strani zombie un po’ kafkiani, persi nei labirinti della propria angoscia individuale, in città-formicaio che sembrano non curarsi mai di loro, ma disegnati sempre con tratti caricaturali, grotteschi, che paradossalmente ne accentuano il lato più umano, disincantato e divertito.

All’origine del segno di Matti c’è una grande conoscenza delle tecniche del fumetto, in particolare il nuovo fumetto italiano e francese degli anni Ottanta di Frigidaire e Metal Hurlant, vissuto senza complessi di colpa o come origine da cui affrancarsi per forza e per dovere. Matti restituisce al fumetto la sua dignità di linguaggio autonomo, né più alto né più basso del disegno tout court, ammettendo chiaramente i debiti che lo legano a questo linguaggio per la sua intramontabile inventiva, la sua capacità comunicativa e narrativa, per la sua mancanza di supponenza, la sua leggerezza, la sua spensieratezza ma anche la sua capacità di contaminarsi e di fondersi con i generi più popolari della letteratura e del cinema: il noir, la fantascienza, il romanzo picaresco e quello psicologico di ascendenza joyciana.

Quelli di Luca Matti sono i sogni vissuti nel segreto delle nostre stanze da letto, sono i nostri cattivi pensieri notturni, sono i nostri incubi diurni vissuti con la spensieratezza di chi sa di non avere da perdere che le proprie catene morali e mentali, sono le nostre ataviche incapacità di relazionarci e di comunicare con gli altri nonostante ­ o forse proprio in virtù ­ dell’orgia comunicativa che ci è piovuta addosso negli ultimi anni, tra fax, televisioni, internet, e-mail, telefonini e quant’altro la società contemporanea inventa giorno dopo giorno per ingabbiarci e incatenarci all’imperante e opprimente dominio tecnologico e scientifico di cui il cattivo sogno orwelliano non rappresenta che una pallida ombra evanescente in chiave romantica.

Alessandro Riva
Testo per catalogo mostra “Sketch-Book” 
Galleria Spaziotempo, Firenze 2002

 


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