La città dentro

 

“Dicono che è gran dubbio sapere se 'l mondo fu fatto di nulla o delle rovine d'altri mondi o del caos; ma par verisimile che sia fatto, anzi certo”.

Tommaso Campanella, La città del Sole

 

L’opera di Luca Matti definisce un perimetro visivo all’interno del quale una realtà composta viene osservata dall’alto, come da uno sguardo distante. Una intera teoria di palazzi si moltiplicano ai nostri occhi, seguendo traiettorie caotiche di una crescita incondizionata, di uno sviluppo abnorme in cui i legami e gli equilibri con la natura, con le determinazioni vitali dell’ambiente e con gli altri esseri viventi appaiono completamente negate. Una corsa proliferante di edifici, completamente simili tra loro, delinea uno sviluppo incontrollato, la cui ambizione alla crescita è proporzionale al progressivo buio prodotto dalla loro ombra sulla terra. L’unica idea di vita è data dal chiarore elettrico delle luci che illuminano le serrate, piccole e consecutive finestre che si susseguono nei palazzi, come a definire dei piccoli sistemi solari artificiali a cui è affidato il compito di sostituire il naturale bagliore della luce del sole ormai assente, perso in un cielo lattiginoso.

Uno spazio vorticoso che non dialoga più con la natura definisce in modo alienato anche la presenza dell’uomo; la realtà edificata e in questa maniera definita si moltiplica su stessa, freneticamente accelerata, in una una continua riconcorsa dello sguardo che rotola, scivolando su una città che feroce sale, attestando una vita che cresce e nello stesso tempo si nega.

L’iconografia stessa appare dicotomica nella sua espressione, sembra riprendere infatti una suggestione antica proiettata però in uno status esistenziale dal profilo fantascientifico. Una sorta di riverbero arcaicizzante ci riporta alle prime definizioni architettoniche, alle prime battute di un dialogo in cui l’elemento naturale-ambientale era in relazione con l’elemento artificiale costruito dall’uomo. Nelle opere la descrizione di questa reciprocità, intesa come condizione originaria, nega ogni rapporto con l’ambiente esterno ed interno ad essa, la città così dipinta sembra infatti perpetuare quella antica condanna, descritta nella Genesi, che cadde al popolo di Babilonia nel momento in cui edificarono la loro Torre. La condanna per tale ambizione fu la dispersione della loro lingua comune, dunque della loro forza di coesione, che determinò per il popolo una perenne disfatta, espressa nel tumulto di mille lingue che si interrogavano senza più comprendersi perché non vi erano più risposte. L’evoluzione di questa comunicazione impossibile sembra ora riflettersi nelle opere di Luca Matti, che definiscono la condizione postuma di una origine antica, alla cui confusione espressiva si è sostituito uno scambievole silenzio.

Entrando, per mezzo di uno sguardo che arriva ancora più in profondità, all’interno delle strade o delle unità abitative, osserviamo gli uomini che popolano questi luoghi e ci colpisce vedere la metamorfosi che ha portato ogni individuo a negare e sostituire la fisiognomica dei volti, e delle singole espressioni personali, con una modularità geometrica imperante che sostituisce la singola descrizione di ogni testa, connettendo in un legame imprescindibile ogni uomo alla città come suo riflesso diretto.

La logica sproporzionata della realtà urbana è alla base anche del pensiero e delle identità dei singoli abitanti, tale da definire un sistema di coercizione esterna ed interna ad ogni individuo; una condizione opprimente che anche in questo caso ha disperso la forza di coesione e di cognizione propria delle parole, così come in passato fu la condanna al popolo di Babilonia.

Lo stupore nasce proprio nel rendersi conto che, rispetto a questa dimensione così apparentemente lontana dalla nostra, i personaggi dipinti sembrano assomigliarci in quanto indossano i nostri stessi abiti, che i luoghi descritti ricordano i nostri profili urbani contemporanei, e che in realtà osservando i ritratti, sia individuali che collettivi, né percepiamo chiaramente il senso e la logica complessiva. Le distanze, allora, sembrano all’improvviso assottigliarsi, osservando bene quel mondo non è poi così lontano dal nostro, anzi siamo in grado di conoscerlo nelle sue meccaniche più intime.

Rimaniamo così stupiti di questa famigliarità mentre già una sottile inquietudine inizia ad interrogarci.

 

Sonia Zampini, luglio 2016

 

 

La città dentro, a cura di Francesco Giannattasio e Sonia Zampini, dal 20 maggio al 25 Giugno 2017

Galleria ZetaEffe, via Maggio 47/r, Firenze

 


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