L'Inestricabile Io di Luca Matti

di Diego Faa 

 

Esiste un sottointeso carico di valore in tutto il lavoro di Luca Matti che tende più al significato che al significante. Vi è in ogni porzione di spazio dipinta una doppia chiave di lettura, un suggerimento visivo capace di offrire una possibilità di scelta prima speculativa che concreta. È un invito all’andare oltre l’esistente, oltre un apparente che gioca solo in prima istanza con un certo grado di figurativismo –tipico della sua generazione- per poi consegnarsi all’eventualità per un altrove più intimo e personale.

Solo in questa prospettiva si è in grado di comprendere il tentativo dell’artista di descrivere città interiori e non nuovi e critici urbanesimi, giungle irrazionali più che geografie tropicali. Ed è proprio nell’ultima sua serie, Le Giungle, che si percepisce in maniera ancora più chiara e finalizzata l’invito a percorrere una strada interpretativa che non vuole essere descrittiva, che non ha bisogno di ancore visive o didascalie consolatrici. È un’immagine che testimonia una presenza-assenza, è un mondo interiore che si fa partecipe e dal quale si deve attingere per tendere a un punto di vista e una riflessione più alta. In questa muraglia di volontà sbarrate si ha la percezione sensibile che possano da un momento all’altro aprirsi brecce di impulsi incontrollati o sprazzi di quiete eterna. Non si rappresenta nulla in forma oggettiva, il piano strutturale indugia in una dimensione di carattere puramente sensoriale nel quale si è inviati a percorrere una strada ancora da definire. In date circostanze, la perdita di un reale precostituito si spinge sino al punto da diventare un’eco di un mondo in perenne crisi di orizzonte, trapassando, così, verso l’oltre. Il groviglio vegetale e l’intreccio lussurioso descritto dall’artista sembrano potersi sciogliere esclusivamente attraverso movimenti inconsci. Si commetterebbe un errore non accennare che la correlazione tra la tecnica usata -il bitume- e la figurazione tracciata, si impone come critica verso un abuso di potere da parte dell’uomo nei confronti della natura. Vero, anzi verissimo considerando la sensibilità umana di Matti e la bontà con la quale egli guarda il mondo e ciò lo circonda. È bene sottolineare, però, che questa didascalica e intuitiva prima lettura è un invito verso un al di là tutto terreno non specificato, verso il tentativo di indagare e gravitare all’interno di quell’Inestricabile vicenda che è l’avventura umana. Ciò che ci conforta nella lettura dei diversi piani delle opere di Luca Matti è che non sempre siamo destinati all’intensità puramente sensoria di un’impressione o di un’immagine, ma molto spesso al suo rapporto psichico con noi.

Parallelamente si può costatare come l’affollarsi di unità abitative protagoniste di molte sue opere descrivano solo apparentemente la miopia architettonica e urbanistica del nostro caro e sonnolento occidente. In realtà le costruzioni di Luca Matti confessano le nostre solitudini quotidiane e testimoniano un’umanità in riflessione, in cui il punto di fusione e di scontro si fa abisso. Ma nell’abisso privato, spogliati dagli orpelli esteriori e privi di riferimenti possiamo concederci brevi istanti di autenticità. Questi palazzi siamo noi, singoli individui senza luci né gerani esposti sui balconi. È l’eclissamento della società egoista che viene messa in scena, è l’iper edonismo imperante che porta l’uomo a costruire Torri di volo improbabili, macchine per raggiungere un eterno utopico evitando lo scontro crudele tra le maglie del proprio interno. Questa identità negata porta al rifiuto della materialità con conseguente ripiego in spazi di rimozione individuale. La presenza non è data e garantita, è labile e fluttuante fra uno svanire e un riprendersi, momenti nei quali si svolge tutto il dramma esistenziale contemporaneo. Le Città quindi, così come le Giungle sono i labirinti interiori nei quali è facile perdersi, dove il colore non è concesso, dove la stessa luce appare impotente. Queste ambientazioni di rimozione ci consentono con più facilità di sentirci vicini e complici dei grandi alter ego di Matti chiamati Building Head. Qui le costruzioni sono tutte mentali, non esiste lo spazio ma solo un Io interiore che lotta con se stesso. È la riduzione ai minimi termini e il paradigma personale di una dimensione collettiva. Nei loro movimenti impediti, questi uomini, rasentano un’angoscia onirica che riflette una deformazione del desiderio di autodeterminazione psichica. In queste aree desolate e informi nei quali ci si muove goffamente e con passi eroici si definisce una simbologia rappresentativa identitaria in cui il rischio di smarrimento è molto probabile. Questi personaggi sperimentano solitudini a noi vicine, emarginazioni urbane così sincere da diventare degli autoritratti involontari. L’esistenza, infatti, è sempre esistenza precaria se spogliata dalle strutture protettive storiche e dalla socialità attiva. La drammaticità sembra insorgere e spogliati di un confine rappresentativo stabile il peso insostenibile dell’esserci piega e vince le loro esistenze. Sono uomini spigolosi che non sanno sciogliere le domande del mondo, che accolgono su se stessi la pesantezza del vivere e che senza voce sembrano urlare con Nietzsche: Quasi due millenni, e non un solo nuovo Dio.

 

 

 

Novembre 2017

 


back - home