IL MONDO E L'ANIMA

di Attilio Maltinti 

 

Per entrare nel lavoro di Luca Matti e rintracciare il significato metaforico nei suoi quadri, occorre farsi guidare proprio dal suo sguardo verso le cose: che è atteggiamento consapevole e lucido, misurato e partecipato, intimamente connesso agli aspetti del vivere quotidiano e costituisce il lato sostanziale della sua poetica. Con quello sguardo egli ripercorre le tematiche della nostra esistenza che si riverberano nel rapporto uomo-natura, vale a dire nel rapporto uomo-ambiente o uomo-mondo comprendendo con ciò l’insieme dei contatti, delle relazioni e delle esperienze (individuali e sociali) che in quel rapporto vengono sperimentate e vissute. Se poi sostituiamo a natura, mondo, ambiente la parola realtà, il discorso non cambia né devìa di senso. Si tratta sempre del rapporto che c’è dentro di noi con qualcosa “altro” da noi.

Per quanto i temi affrontati siano quasi sempre di natura inquietantemente problematica, (spesso decisamente drammatica), Luca ci si avvicina quasi in punta di piedi anche quando i suoi disegni hanno un’impronta dark o quando le situazioni descritte rivelano un tratto angoscioso. La sua riflessione si trasferisce sul piano visuale con tutta la forza dell’impianto narrativo, con l’uso preciso del materiale pittorico/cromatico (quasi sempre bitume), ma con la percezione di uno sguardo attento, teso, intenso, in solitario e talvolta sofferente silenzio. Le ombre nere proiettate dai suoi personaggi, con la luce proveniente da dietro, gli omini rannicchiati in ambienti carichi di suspence, raccolgono un disagio esistenziale. Le città, dagli edifici conficcati uno accanto all’altro come fossero cunei di cemento, le stanze e corridoi apparentemente senza uscita, le giungle artificiali, il globo senza gente, sono la traccia e il segno di inquietudini vissute come condizione quotidiana, e interpretate dalla sua matita. Che risponde alla testa e al cuore. La riflessione sul rapporto uomo-città, che occupa la maggior parte, fino ad ora, del lavoro di Luca Matti si manifesta nel dissidio - se non nella sparizione - di questo rapporto con “questa” città e, per estensione, con “questo” mondo. Un mondo diventato “altro”.

Nei disegni in b/n in cui l’individuo ha la testa combinata da architetture, c’è un uomo che “pensa” la città; anzi la città è diventata la sua testa (la sua consapevole ossessione) ma che gli sfugge di mano, cresce, si espande, si sovrappone, riempie lo spazio vitale. Diventa montagna, continente; fino a coprire tutta la superficie del mondo; fino ad essere essa stessa mappa-mondo. Un paradosso amaramente sarcastico. La città-non città, proliferazione abnorme che si sovrappone ai bisogni umani primari e vitali, al grado di natura; la città/edificio unico seriale, asfittica fungaia senza spazi percorribili, senza strade quindi senza comunicazione; l’agglomerato ansiogeno cresciuto per superfetazione, non sa più come accogliere l’uomo che cerca di viverci. Ti domandi dove sia l’individuo. E la comunità.

La metropoli di Luca Matti è indistinta replicazione di uguali, in una crescita senza ordine. Quasi una Babele che tradisce se stessa: Babele è molteplicità, articolazione e, in origine, città-scala costruita dagli uomini per ascendere e collegare la terra con il cielo. Qui è sparito il cielo. La pluralità di voci, tipica di una cultura avanzata, ha lasciato il posto ad una vuota solitudine. In principio, Babele non è negatività. Lo diventa quando sfugge (ed è sfuggita) di mano ai propri costruttori. In fondo è la perdita di un criterio, di un orientamento, di un (auto)controllo, del senso di sé, di un valore. È lo sfaldamento di una cultura. Per analogia ciò vale anche per la società, che è valore di presenza e di collaborazione umana ma che diventa oppressiva, soffocante, quando non risponde più alla propria ragione umanistica e civile.

Nelle opere di Luca le spente geometrie di grigi edifici si compongono in città senza anima; diventano talvolta gironi muti e senza vita di cui non vedi la base ma ne percepisci il vuoto. Si arrampicano come possono o si stendono in un anonimato senza pari. Al di là della città non si vede nessun altrove; il quasi nulla. La città-scatola mostra il suo aspetto totalizzante (un volto da scongiurare), gabbia che cresce su se stessa condannandosi all’implosione; (in)consapevole della propria fine. Quando è dipinta in notturno, i suoi palazzi/fortino dalle fitte finestre/feritoie somigliano a neri cristalli basaltici in un oscuro geode.

Cos’è questa città?Metafora di un’esistenza di solitudine; figura di una estraneità; smarrimento di una identità; perdita di un punto di riferimento. Di certo esprime una metafisica dell’abbandono. È deserto cementificato, caos irrisolto. Volto ignoto e irriconoscibile di un bene perduto; consapevolezza impietosa di ciò che poteva essere e non è stato. O è proiezione deformata di un sogno da scongiurare; specchio delle nostre smarrite coscienze; disarmante riflessione su una realtà non più tua. Non manifestano forza d’amore e di vita queste città che talvolta implodono in un gorgo come in una drammatica discesa verso un “ground zero” o che si arrampicano coi propri volumi in improbabili architetture. Città senza cielo, costrette in un presente indefinito, (con)dannate senza tempo in una condizione di incomunicabilità. E paradossalmente viviamo oggi in uno stato di iper comunicazione che spesso dimentica un substrato di umanità. L’artista osserva e partecipa a questo smarrimento. In alcune occasioni (vedi opera “The Building: il buco” qui non esposta) l’individuo cerca di superare la casa/scatola asfissiante, come testimonia l’uomo accovacciato che scava un buco nel pavimento per evadere dalla casa/prigione, in una città/prigione, ma che si rivela tentativo vano perché al di là del buco c’è ancora una città dal cielo nero. È una insuperabile condanna dentro la propria condizione senza orizzonti, il riemergere del mito di Sisifo che si ritrova al punto di partenza nonostante i suoi sforzi. Certo è che il lavoro di Luca Matti non sfugge a interrogativi inquietanti sul destino umano e sulla tenuta esistenziale dell’individuo di fronte ad una inesorabile realtà irrazionale, figurata nelle scatole di cemento come nelle sterminate megalopoli. Forse nell’uomo che scava c’è anche il tentativo di una ricerca, di uscita da una caverna che non è solo fisica ma mentale, un tentativo di liberazione, allusivo, pur senza esito, al mito platonico. Nelle opere di Luca Matti l’individuo è solo con se stesso. In questa città così misteriosa, impenetrabile, scostante, incubo o metafora di una civiltà incapace di prospettive, deve affrontare il proprio incognito quotidiano, per superare una metamorfosi non più kafkiana e tentare una (difficile) alternativa...

In tale rapporto uomo/città, - nato da un segreto bisogno di recupero dello spazio circostante e da un desiderio, andato deluso, di riappropriarsi di una città a misura d’uomo - c’è l’amara consapevolezza di una umanità perduta, la visione di un mondo reso alieno nella sua prossimità e la percezione del suo diventare generatore di una condizione di solitudine. Un mondo ‘fuori appartenenza’. Eppure questo individuo è presente tramite l’occhio indagatore dell’artista col suo bisogno non moralistico ma psicologico di manifestare come la distruzione di un mondo sia sotto i nostri occhi ed evidenziare quanto sia estraneo ed estraniante questo spazio per l’uomo.

Con o senza la testa/architettura, con o senza l’ombra sulle pareti, c’è un individuo che cerca, se non una via di fuga, almeno una risposta alla possibilità - mai del tutto negata - di uscire dall’incubo, di rendere più amica la terra per non doverla abbandonare. In questo disperato e disperante tentativo di riappropriarsi del proprio habitat, l’artista sfiora talvolta lo stato d’animo del ‘piccolo principe’ di Saint Exupery che sposta continuamente la sedia sul suo piccolo pianeta per rivedere e non perdere i suoi tramonti e mantenere il contatto col suo ambiente di vita, che gli sfugge, ma che è anche luogo dei suoi sentimenti.

Le città di Luca Matti dipinte senza il facile ottimismo di una speranza (nascosta) implicano non solo la constatazione di una realtà ostile e anonima che prende il sopravvento sull’uomo, ma rimanda anche al richiamo di uno spazio affettivo che non può essere soffocato dall’invasività dominante delle strutture cementizie, dal loro prevalere sui rapporti fra umani. Umano e disumano sono i termini di un equilibrio profondamente, inesorabilmente sbilanciato. Il recupero dell’intimità e della sfera affettiva, dove l’umano è libero di esprimersi, è visibile in “Equilibrio” del 1994, qui non esposta, dove una giovane ragazza felicemente nuda muove passi di danza sulle linee morbide e arabescate di un tappeto entro una stanza la cui finestra si affaccia sulle luci della città. C’è un rapporto interno/esterno che si collega all’azione e la città appare meno estranea: l’interiorità riaffiora dentro uno spazio che sa accoglierla. E la ragazza, come ninfa silenziosa in pareti urbane concluse (o forse angolo protetto) è come sorgente ricca di suggestioni. È un bisogno insopprimibile, purtroppo chiuso e soffocato in questo giganteggiare di anonimi palazzoni, anonimi edifici, anonime torri seriali segni delle angosce, delle nostre solitudini, delle relazioni mancate.

Alla domanda iniziale, dove sia l’uomo in tutto questo habitat cementificato, spersonalizzato, Luca Matti risponde ritagliando spazi privati, ma intensi, cioè pieni di tensione alla libertà, come vedremo. Ma dove si sia nascosto l’uomo protagonista di questa situazione distorta, Matti risponde con la sensibilità della sua arte visualizzando che la causa del suo essere vittima è ascrivibile alle azioni, alle gesta, alle scelte degli uomini e non ad un cieco destino. Infatti altre presenze, nelle opere di Luca Matti, avanzano con le loro inquietanti figure e i loro sovrastanti profili: sono le torri metalliche di fagocitanti raffinerie o piattaforme marine trapiantate come giungla senza sole. Accanto alle città di pietra esistono città/isola galleggianti, incombenti gigantesche strutture dentro nera caligine tracciate dal bitume che ne disegna i contorni con ripetute insistite gocciolature, sgorature, colature a significarne l’incombente pervasiva presenza e l’indiscriminato uso della natura non più da custodire. Architetture petrolifere. Appaiono bastimenti smisurati da incutere timore, moderni impersonali barconi/container, non più nuova Arca con funzione di salvezza per specie animali o per il genere umano ma mastodonti avviati verso un vuoto indefinibile. Le piattaforme o le raffinerie non hanno l’aspetto del rassicurante progresso ma piuttosto il profilo di una sottovalutata minaccia.

Accanto alla città-cemento, prende corpo la città arborea, la giungla dalle grandi foglie, liane, fusti in un fitto groviglio naturale pendant alla impenetrabile giungla urbana e, come essa, resa irrimediabilmente inospitale. Non c’è colore in questo ambiente se non quello del bitume che segna le piante dipingendone i contorni come se il petrolio, elemento organico, inondasse con la propria traccia tutto lo spazio della natura. Sembra un mondo senza scampo, in queste nature artificiali, in queste città senza gioia, immerse in una irrimediabile condizione alienante per l’uomo, che diventano invivibili e precluse ad ogni bisogno di contatto. Ma è una condizione a cui forse ci si può sottrarre.

Avevamo visto in alcuni piccoli quadri un’altra presenza, fra le altre, rassicurante e rassicuratrice: quella di una figura alata, un angelo seduto su una finestra fra i volumi dei grattacieli che tiene sulle ginocchia un piccolo plastico di città quasi raccolto fra le sue braccia. Un angelo protettore allusivo ai santi delle antiche pale d’altare cui venivano affidate le città/comunità. Una presenza paterna (o materna) capace di offrire un appoggio per una azione che non sia solo una fuga. O un protettore che incarna lo spirito dell’uomo a osare, a tentare una via d’uscita da un Moloch che attanaglia.

Si fa strada una forza interiore. Nell’opera “In circolo”, qui non esposta, fatta con materiali poveri e quotidiani, l’uomo si ricorda di avere un pneuma, un soffio di vita, uno spirito e con quello può alzarsi dal suo rannicchiamento e librarsi col suo corpo pneumatico, capace di distendersi nell’aria. Prendere un corpo nuovo, fatto di gomma, derivata polimera dal petrolio, è assistere a una metamorfosi. Il materiale organico della natura, liberato dal suo potere contaminante, si fa elemento fisico trasformato in risorsa, supporto ad una realtà aperta ad un’altra esperienza, ad un altro modo di essere. È l’uomo che non si fa condizionare da vincoli, consapevole di altre possibilità, libero di guardare orizzonti e felice di questa nuova potenzialità.

E vennero allora le nuvole, le opere “Nuagessinés”, qui non esposte, la voglia di guardare verso il cielo, l’apparire di una dimensione inesplorata. È una dimensione “altra” rispetto a quella ossessionante delle città nelle loro anonime claustrofobiche geometrie e l’aprirsi al richiamo di uno spazio che non ha più costrizioni. Lo spazio cancellato, annullato dalla pietrificazione accumulata nelle metropoli che ha costituito l’habitat pittorico di Luca Matti intriso di bitume, lascia il posto ad una nuova serena visione dello spirito. Non un sogno o una evasione consolatoria ma una immedesimazione nella “leggerezza dell’essere”. Il corpo del pittore (perché si può presumere a questo punto che lo stesso pittore si ritrovi nella nuova figura che volteggia nell’aria così come prima si ritrovava nell’omino prigioniero nella scatola urbana), si è fatto camera d’aria e poi nuvola in una metamorfosi che segue il naturale sviluppo di un desiderio. Cercando il rapporto con la natura, è l’uomo che si fa natura fra gli elementi naturali. Non uno sdoppiamento dunque ma la ricomposizione o la riconciliazione con un tutto. Un insieme. È l’epifania di uno stato reale/irreale, ma vero come tutte le cose che ci portiamo dentro. Nelle “Nuagessinés” il giovanile rapporto con la natura prende le forme di un canto libero con i toni del bianco e dell’azzurro, delle trasparenze rosa e dei grigi perlati. Non è più il bitume, che ha la forza del richiamo della terra, a colorare lo spazio/mondo: ora c’è il colore del cielo e il passaggio di una lieve nuvola. Anzi è proprio “questa” nuvola, entità costituita da un elemento primario, a innescare una nuova metamorfosi in quel luogo dell’anima che è il cielo, popolato di presenze che affiorano e si dileguano in un incanto di bellezza. Ha qualcosa di misterioso la sottile metamorfosi di questa incorporea eppure fisica natura vaporosa, nel suggestivo modificarsi dell’apparenza, lenta e fugace al tempo stesso, carica di tremore per l’inafferrabile e inarrestabile scomposizione della visione. Lo sguardo è realtà o sogno? Dove sta il sottile filo che segna la distinzione fra i due momenti? E se fossero parti della medesima entità? Questo è il miracolo della pittura di Luca Matti proiettato in opere come “Giocoliere”, “Addio”, “Dea”…, qui non esposte, dove immaginazione e pensiero si immedesimano in un’unica sostanza e desiderio e realtà si e personificano in un incanto reso visibile. Matti non sceglie nuvole rotonde e bianchissime, turgide, ma sbuffi appena percettibili e misteriosi in un mondo di dei e di umani; filamenti di vapore che si spandono in corpi e in forme diverse nel libero divenire dell’essere. Non sovrappone la figura alla nuvola ma la ricava da essa rendendola percepibile, coniugando il materiale (naturale) con l’immateriale (figurale). Non una fuga evasiva la sua, ma il completamento di un percorso figurativo e spirituale.

12 aprile 2016

 

 

Mostra “La legge della città” di Luca Matti dal 3 settembre al 31 ottobre 2016 La Barbagianna: una casa per l’arte contemporanea XXV Rassegna internazionale “Incontri d’Arte” a cura di Alessandra Borsetti Venier

 


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