La Poesia Latente degli Oggetti

 

Il piccolo quadro dall’insignificante, banale titolo Domenica mattina, datato 1996, rappresenta in modo laconico e modesto l’angolo di una strada metropolitana privo di avvenimenti, di una grande città conosciuta da tutti e perciò anonima e poco importante. Ed è lì che ci si imbatte in una strana poetica della fugacità, così oggettiva e impersonale e allo stesso tempo così emotiva e dolorosa, che ci fa sentire la condizione della nostra esistenza in modo molto più reale che qualsiasi discorso filosofico sul concetto di realtà. In quest’atmosfera di silenzio, di grigia concretezza, di eterna immobilità cominciano a vivere le piccole cose di poca importanza.

È proprio qui che l’arte di Luca Matti si scopre in tutta la sua singolare e inconfondibile dimensione. Da un lato con il suo senso di un’intimità sia inquietante e sinistra sia calma e discreta che mozza il fiato. Soprattutto quando affrontiamo le minuzie della vita, la loro quotidiana, appena percepibile banalità, che riempie il microcosmo immediato della vita reale e delimita lo spazio oggettivo, naturale e quasi inosservato della nostra esistenza. Dall’altro con il bivio che si apre verso un punto di scambio tra il reale e l’irreale, il banale e l’inconsueto, il semplice e l’enigmatico, l’ordinario e lo straordinario. Più le singole cose sono reali e concrete, più sottopongono la realtà a un’inchiesta sulla sua attendibilità e sul suo vero carattere, provocando una profonda incertezza riguardo alla nostra percezione.

Fin dal principio, dunque, l’arte di Luca Matti è caratterizzata da un’ambivalenza latente non tanto per il suo aspetto narratologico, bensì per il disegno, la pittura, le facoltà visive per eccellenza, che arricchiscono il semplice gesto formale di un’infinità di allusioni. Tutto il mondo pittorico di questo artista è fatto di allusioni. Ed è per questa ragione che la banalità del presente ci sembra senza alcuna concretezza, oggettivamente evidente e percettibile e si manifesta solo nella sua apparenza.

Quel che si vede si comprende anche nella sua struttura reale poiché fa parte di una situazione ben nota. E nonostante ciò ci si sente esclusi, emarginati, estranei, insicuri e senza orientamento, completamente soli in un mondo grigio e stagno che gira secondo norme incomprensibili e leggi a noi ignote che nelle nostre faccende quotidiane ci sembrano familiari. Sono, però, tutt’altro che familiari - inspiegabili, enigmatiche, oscure.

L’espressione più bella e toccante di quest’ambivalenza inquietante l’artista la realizza nelle nature morte e negli interni, quando un’immobilità malinconica e l’assenza totale di avvenimenti ci lasciano completamente soli nel mondo delle cose, quando la situazione è colma di perplessità insolubili.

È dunque più che naturale che nelle rappresentazioni figurative l’aspetto della narrazione sia quello dominante, a differenza delle nature morte e degli spazi quasi architettonici; a Luca Matti, perciò, l’epiteto di artista-cantastorie spetta a pieno titolo. È tranquillo, modesto, di pochissime parole - e non è affatto una contraddizione. Quasi muto, con pochissimi mezzi verbali raggiunge il massimo dell’espressione. Tutto quello che si manifesta nei suoi quadri fa parte di un grande mosaico narrativo. Matti racconta le cose piccole, poco appariscenti che, nella loro banalità, quasi si sottraggono a entrare in un racconto; il suo è un modo di narrare che si colloca giustamente nel mezzo delle storie più importanti del modernismo. Giovane, l’innocenza ancora sul volto, Matti è il fratello minore dei grandi narratori moderni, da Daumier a Käthe Kollwitz, da Kubin a Otto Dix, da Masereel a Renato Guttuso, da Siqueiros a Grisha Bruskin, da Hopper a David Hockney. Sono riferimenti alla storia dell’arte che ci portano a discutere un altro aspetto importante del mondo pittorico di Luca Matti e cioè il suo rapporto con questo retaggio artistico e il problema di come relazionarsi con esso. Perché il suo lavoro è carico di reminiscenze storiche sia nel campo della letteratura, sia in quello del cinema e dell’arte stessa, sebbene le situazioni di mera quotidianità da lui rappresentate, tutti gli oggetti di uso comune, si riferiscano a contesti semplici e normali, siano essi interni o esterni di vita metropolitana, quali cucine, camere da letto, uffici, vie, ponti, sottopassaggi o autostrade. Ci rimandano alle nostre conoscenze universali, frammescolate con il nostro vissuto, a tutte le esperienze culturali intelligibili di quel che abbiamo visto, letto, imparato. I suoi leitmotiv vanno al di là della mera rappresentazione mimetica dell’ambiente moderno, sono cliché paradigmatici, e cioè sapientemente selezionati, di temi tipici e banali offerti dal panorama delle grandi città. È proprio in questa scelta tematica che si esprimono tutti i connotati storico-culturali della narrazione apparentemente semplice e realista.

Grazie a questa dimensione la pittura di Luca Matti si colloca in quel discorso, iniziato a metà dell’Ottocento, che vede protagonisti Daumier e Baudelaire, Adolf Menzel e Dostoevskij e le loro riflessioni sulla vita urbana, su modernismo, straniamento, solitudine, isolamento e responsabilità. Un discorso, dunque, sull’individuo moderno nel suo nuovo contesto sociale, morale, filosofico e culturale, espresso in un linguaggio e in un sistema di segni radicalmente cambiati. L’uomo della metropoli è il tema centrale di Luca Matti che, con tutti i suoi aspetti complessi, è inserito in un densissimo tessuto storico-culturale.

Le opere di Luca Matti dimostrano con insistenza che oggigiorno - e, per la verità, già da parecchio tempo - l’ingenuità del quadro non può più esistere, non può esserci segno visivo libero dall’esperienza storica. Quel che vediamo nei suoi lavori lo abbiamo già visto mille volte e in esso si riflette il nostro vissuto visivo. Sono immagini mnemoniche colme di rimandi letterari e cinematografici che si innestano sulle nostre esperienze concrete, reali, immediate. È a questa immediatezza che l’artista ci vuole riportare, e simultaneamente ai riferimenti culturali, alle immagini prefabbricate dalla storia dell’arte e del cinema, dalla pubblicità e dai mass media.

Che un giovane artista abbia il coraggio di rifarsi a un linguaggio narrativo semplice è stupefacente anche perché lo fa senza remore, senza prudenza, senza atteggiamenti sofisticati. Opera invece in modo autonomo con un retaggio visivo già sfruttato da altri e sovraccarico che, però, alla sua arte poco convenzionale non toglie né freschezza né semplicità e onestà. L’artista crede nelle sue storie, che non si staccano mai dal suo vissuto letterario, artistico e cinematografico. La sua tecnica nel manovrare l’eredità formale, la sua schiettezza apparentemente spontanea e ingenua, la sua naturale semplicità al di fuori del normale - tutto ciò lo aiuta a evitare, grazie alla sua innata autonomia e franchezza, ridondanze imbarazzanti e ad arrivare a una nuova interpretazione dell’immaginario arcaico senza che, però, l’artista si permetta un pathos monumentale, senza alcun pedagogismo banale e senza inutili rivelazioni o contestazioni illuministiche. Un atteggiamento artistico, dunque, che si potrebbe classificare più che postmoderno, premoderno.

Osservando le sue soluzioni pittoriche ci si imbatte in un panorama poliedrico e ironico che gioca con i vari rimandi culturali per una maggiore sensibilizzazione degli spettatori e per ottenere un miscuglio artistico composto dalla simbiosi di immagini nuove e archetipiche. L’originalità toccante di questi quadri si dissolve in un labirinto di connotati déjà vu e chi li guarda si sente disorientato, irritato e allo stesso tempo anche tranquillo perché gli sembra di ritrovarci qualcosa di narrativo, di immediata e facile comprensione. Le ripetizioni ossessive, però, le riformulazioni monotone nelle nature morte ad effetto ombra/luce, le figure umane inserite in un ambiente urbano impersonale, motorizzato e straniato, tutto ciò smaschera l’apparente ingenuità e semplicità, quell’innocua vicinanza alla realtà, e fa sì che queste storie visive si inseriscano perfettamente nella pittura moderna sul mito metropolitano e nel suo tipico impianto narratologico.

 Lóránd Hegyi

Testo per catalogo esposizione "Luca Matti, la poesia latente degli oggetti" a cura di Lorand Hegyi,

Fondazione Mudima, Milano, 2001

 


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